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Altri particolari sulle punizioni

544 – 586: Altri particolari sulle punizioni – Cose che conducono all’espulsione perpetua


544. La prima cosa che può portare all’espulsione perpetua di un fratello dalla casa è la simonia, poiché chi entra nella casa mediante simonia non può salvare la propria anima e perde la casa; e colui che lo accoglie perde il proprio abito. Commette simonia chi fa doni o promesse ai fratelli del Tempio o ad altra persona, affinché lo aiutino ad entrare nella casa.
545. Avvenne così, durante il magistero di Armando di Périgord, che alcuni onorati fratelli, esaminando la loro coscienza e consultandosi con i fratelli più saggi, si avvidero di essere entrati nell’Ordine mediante simonia. In preda allo sconforto, si recarono dinanzi al maestro Armando di Périgord e gli rivelarono quanto avevano scoperto, fra le lacrime e con il cuore gonfio d’angoscia. E detto maestro fu preso da grande imbarazzo, poiché si trattava di gentiluomini che vivevano nella rettitudine, nella devozione e nella purezza. Allora riunì segretamente gli anziani e i sapienti della casa, e i fratelli più esperti nella materia, e ordinò loro, in virtù dell’obbedienza che gli dovevano, di non far parola con nessuno della cosa e di consigliarlo in buona fede e per il bene della casa.
546. Ed essi gli fecero presente che se uomini tanto saggi e valorosi fossero stati espulsi, ne sarebbe nato un grande scandalo, con grave danno per la casa. Decisero quindi di non procedere oltre e inviarono un fratello a Roma dal papa per metterlo al corrente della questione, e supplicarlo di affidarla all’arcivescovo di Cesarea, il quale era un amico fidato della casa. E il papa accolse di buon grado la richiesta e consegnò all’inviato della casa alcune missive.
547. Quando il maestro ebbe fra le mani le lettere del papa, le inoltrò all’arcivescovo di Cesarea insieme ai fratelli colpevoli di simonia, e insieme a loro andarono anche una parte dei fratelli del consiglio ristretto; e nominò uno di loro commendatore e gli conferì l’autorità di assegnare l’abito, con il consenso dei colleghi. E quando furono dinanzi all’arcivescovo gli consegnarono la lettera del papa; e nella lettera il pontefice invitava l’arcivescovo ad assolvere i fratelli secondo la procedura prevista per il peccato di simonia; e per prima cosa fu ritenuto opportuno privarli dell’abito.
548. Così i fratelli rimisero i loro abiti nelle mani del commendatore. E l’arcivescovo li assolse, e il commendatore e gli altri fratelli del consiglio entrarono in una stanza e si riunirono in capitolo. I fratelli che avevano restituito l’abito si presentarono dinanzi a loro e chiesero di essere riammessi nella casa, per amore di Dio e della Vergine; e il commendatore li fece uscire dalla sala e, dopo aver sentito i fratelli del consiglio, accettò la richiesta da loro avanzata e caldeggiata dall’arcivescovo. E li fece di nuovo fratelli, come se non lo fossero mai stati.
549. Fu seguita questa procedura perché essi erano da lungo tempo fratelli della casa, ed erano saggi e valorosi e vivevano con rettitudine e devozione; e in seguito uno di loro divenne maestro del Tempio. – Questa vicenda mi è stata narrata da anziani dignitari che ne furono testimoni, e l’ho conosciuta solamente attraverso le loro parole. E se quei fratelli fossero stati malvagi, non sarebbero stati trattati con tanta bontà. E la medesima cosa accadde in seguito ad un gentiluomo della casa, in ragione della sua bontà.
550. La seconda è quando un fratello rivela i lavori del capitolo a un fratello del Tempio o a chiunque non abbia preso parte al capitolo. Si può tuttavia citare un’accusa giudicata in capitolo, ma senza fare il nome di alcun fratello; se uno fa il nome dell’accusato o dell’accusatore, sarà espulso dalla casa; ma se si tratta di fratelli morti o espulsi dalla casa, se ne potrà fare il nome senza che ne derivi alcun danno. E quando il capitolo procede all’elezione del balivo, le preferenze espresse dai diversi fratelli non si devono risapere, poiché la rivelazione delle decisioni segrete del capitolo potrebbe causare aspri rancori.
551. E il segreto deve coprire anche le riunioni del consiglio privato del maestro, laddove si decida la nomina di un balivo; ma possono essere nominati i gentiluomini che hanno preso la parola, purché la discussione non riguardi la colpevolezza di un fratello. Ma se una cosa nuova viene fatta in capitolo e il maestro la viene a sapere, il maestro deve dire in capitolo: <<Ho saputo che si è verificata tale cosa nuova e vi ordino che queste cose vengano spiegate>>. E in questo modo può essere riferito; tuttavia neppure il maestro può farsi dire fuori dal capitolo quanto è avvenuto nel capitolo, ma può ordinarlo in capitolo e si può far dire se vi sono state cose nuove.
552. E avvenne a Château Pèlerin che il fratello Pietro di Montagu, che era maestro del Tempio, aveva punito dei fratelli e si era quindi recato ad Acri. Durante la sua assenza i fratelli del castello fecero alzare da terra i fratelli puniti e quando il maestro ne fu informato, tornò indietro e riunì il capitolo e accusò tutti i fratelli che avevano concesso la grazia ai penitenti, ed essi furono giudicati colpevoli di una grave mancanza, in quanto non avevano l’autorità per levare da terra i fratelli puniti dal maestro.
553. La terza è se un fratello uccide un cristiano o una cristiana o la fa uccidere: venga espulso dalla casa.
554. Avvenne ad Antiochia che un fratello di nome Paride e due altri fratelli che erano con lui, fecero uccidere alcuni mercanti cristiani; quando la cosa si riseppe, fu chiesto ai fratelli perché l’avessero fatto e i fratelli risposero di aver ceduto al peccato. E il commendatore impose loro di chiedere pietà e li deferì davanti al capitolo; e furono condannati a lasciare la casa e ad essere flagellati nelle strade di Antiochia, Tripoli, Tiro e Acri. E mentre li flagellavano si gridava: <<Guardate in che modo la casa del Tempio punisce i fratelli malvagi>>; dopodiché vennero rinchiusi per sempre nelle segrete di Château Pèlerin, e vi rimasero fino alla morte. Ed anche ad Acri accadde ad un fratello una sciagura simile.
555. La quarta è il ladrocinio che può essere intaso in svariati modi: ladro è chi ruba, ma anche chi lascia un castello o una fortezza, di notte o di giorno, senza passare dal portone principale, come è prescritto, ma in qualunque altro modo. Oppure chi ruba le chiavi del portone o ne fa dei duplicati; poiché nessun fratello può aprire il portone se non nei casi previsti dalle usanze della casa. E qualora il commendatore chieda ad un sergente posto ai suoi ordini di mostrargli le cose di cui è responsabile, il sergente deve mostrarle senz’altro o indicare il luogo in cui sono riposte, e se non lo fa e tiene per sé più di quattro denari deve essere espulso dalla casa.
556. E avvenne a Château Blanc che il fratello responsabile dell’ovile, essendogli stato ordinato dal commendatore di mostrargli ogni cosa, gli mostrò tutto tranne che un orcio di burro, e disse di non avere nient’altro. Ma il commendatore sapeva dell’esistenza dell’orcio e il fratello fu costretto ad ammettere di aver mentito; e a causa di ciò fu espulso dalla casa.
557. Se un fratello, in un moto di collera, esce dal convento portando con sé cose che non è consentito prendere, deve essere espulso dalla casa, poiché è un ladro. – E tutti i fratelli del Tempio che lasciano la casa devono sapere che non possono portare con sé due pezzi di ogni capo di vestiario. E non devono portare fuori né oro né argento né cavalli né alcuna armatura, come il cappello di ferro, l’usbergo, la calzamaglia, la balestra, la spada, il pugnale, la cotta di maglia di ferro, gli spallacci, la mazza, la lancia e le armi turche. In breve, chi porti con sé qualunque parte dell’armatura, a causa di ciò, verrà espulso dalla casa.
558. Queste sono le cose che un fratello può invece portare con sé: una cotta e una casacca, foderata di pelliccia, una tunica e una camicia e un paio di brache, un paio di calze e un paio di calzari, o la calzamaglia senza il piede, una cappuccio e una calotta, una cintura e un coltello per tagliare il pane; e fra teli cose andranno incluse quelle che si indossano per la funzione dell’ora prima. Può portare la cappa o il mantello, ma se un fratello riceve l’ordine di restituire il mantello deve obbedire, pena l’espulsione dalla casa; e anche se non gli viene chiesto deve restituirlo alla casa, poiché se lo tiene per più di due notti verrà in ogni modo espulso dalla casa: Infatti vi furono fratelli che abbandonarono la casa portando con sé il mantello del Tempio in postriboli e taverne e in altri luoghi di perdizione, o se lo giocarono, o lo vendettero a malfattori, con grave danno ed infamie e scandalo per la casa: è per tale motivo che il convento e i gentiluomini della casa hanno voluto riconoscere al mantello un valore più grande dei calzari, del pugnale e della mazza; infatti, se chi porta l’abito perdesse una di tali cose, sarebbe espulso dalla casa.
559. Con tutto ciò non bisognerà infrangere la norma secondo la quale chi trascorre due notti fuori della casa, riavrà l’abito dopo un anno e un giorno. Infatti se colui cui spetta di giudicare procede all’espulsione di un fratello che torna nel convento, o vi fa portare il proprio mantello, dopo l’ora prima, o, a maggior ragione, dopo un giorno o dopo i vespri, viola la prima legge, che nessuno può ignorare fintantoché il convento non li annulli. Tuttavia, secondo quanto ci dato di capire, chi tiene il mantello per due notti e per tutto il giorno successivo, fin dopo compieta, anche se poi ritorna in convento o vi fa riportare l’abito, può essere condannato a lasciare la casa per sempre; infatti in tal caso si può dire che la ha tenuto fuori due notti e un intero giorno. Così si potrà salvare la propria coscienza e la prima legge non sarà stata violata; ma si tratta di una questione che non è chiara e non lo è mai stata, per cui ciascuno segue i dettami della propria coscienza. L’opinione che abbiamo riferito non è la nostra, anche perché quel che sappiamo non ci consente di pronunciarci con certezza; quanto abbiamo detto più sopra ci è stato riportato dagli anziani della casa; in ogni caso ognuno è responsabile della propria coscienza.
560. Un fratello di nome Ugo si congedò dalla casa di Acri, restituendo ogni cosa tranne il mantello, che tenne per due notti, e il giorno seguente lo fece restituire al convento; poco tempo dopo si pentì e venne a chiedere perdono dinanzi alla porta, come è prescritto dalle usanze della casa, e i fratelli lo condannarono all’espulsione. E alcuni fratelli dissero che non era giusto, perché non aveva tenuto il mantello troppo a lungo. Tuttavia non furono in grado di dire per quanto tempo avrebbe potuto tenerlo. Così fu giudicato colpevole, poiché nessuno fu in grado di stabilire con precisione a quale ora avesse restituito il mantello; e a causa di ciò la maggior parte dei fratelli stabilì che non gli fosse consentito di rientrare nella casa, poiché aveva tenuto il mantello più a lungo di quanto non sia consentito, aveva trascorso due notti fuori ed era impossibile stabilire il momento esatto in cui aveva restituito il mantello. Ma sia chiaro che non di rado in casi di questo genere ci si è dovuti pentire delle decisioni prese. E nei casi controversi non è opportuno aderire rigidamente alla legge, ma attenersi piuttosto al giudizio del maestro e del convento.
561. Accadde che un fratello si congedò dalla casa di Château Pèlerin, restituendo per intero il proprio equipaggiamento, ma poco dopo tornò a chiedere perdono dinanzi al portone; e fu interrogato dal maestro, e alcuni fratelli lo accusarono di aver portato con sé parecchie cose di proprietà della casa, e siccome non furono ritrovate fu espulso per sempre dalla casa. E quando un fratello lascia la casa la parola di qualunque altro fratello si può levare contro di lui, soprattutto quando vi è chi perde parte del proprio equipaggiamento per colpa del fratello che ha lasciato la casa.
562. Un fratello si congedò dalla casa di Alba e si recò a Crac, e durante il viaggio perse l’arco che aveva portato con sé; un sergente lo trovò e lo riconsegnò al proprio commendatore; interrogato il fratello disse di aver lasciato una spada al posto dell’arco, ma il commendatore non ne trovò traccia; poi il fratello tornò nella casa e chiese perdono, e fu deferito davanti al maestro e al convento, e fu chiamato a presentarsi dinanzi al capitolo generale e implorò clemenza. E dal momento che era costato alla casa la perdita di una spada e di un arco – infatti non era stato lui a recuperarlo – i fratelli decisero che, a causa di ciascuna mancanza, fosse espulso per sempre dalla casa.
563. Mentre si recava via mare da Tripoli a Berito, un fratello cappellano cadde malato e morì prima che giungere a destinazione; e quando il commendatore seppe che era giunto in porto, andò a cercarlo e dette disposizioni per la sua sepoltura. E lo fece rivestire con un vecchio abito e ne prese uno per sé fra quelli che trovò nelle sue bisacce; quindi fece inviare al maestro tutte le cose del cappellano, ad eccezione di una spada. Quando, in seguito, gli venne detto che non avrebbe dovuto (era infatti un uomo semplice), chiese perdono al maestro. E dal momento che il commendatore poco sapeva delle usanze della casa e aveva agito in buona fede, senza peraltro nuocere alla casa, il maestro chiese ai gentiluomini del suo convento di occuparsi della cosa in modo che non andasse avanti, poiché se fosse andata avanti il commendatore sarebbe stato espulso: poiché quando un cappellano muore da questa parte del mare, i suoi libri e suoi preziosi devono essere consegnati al maestro, mentre le sue vesti da giorno e da notte e le armature devono andare dove devono andare; e se un cappellano nuore oltremare le sue cose devono essere consegnate al commendatore del convento in cui si trova. E se un fratello prende una delle cose suddette, deve essere considerato un ladro.
564. Se un fratello spezza una chiave o forza un serratura di cui non è responsabile e prende qualunque cosa, senza il permesso del responsabile, e può essere provato che ha preso quelle cose, sarà considerato un ladro.
565. Se un fratello dichiara di aver perduto qualcosa e può dimostrarlo, e può dimostrare che un altro ha frugato nelle sue bisacce, quest’ultimo sarà considerato come un ladro.
566. Se alla morte di un fratello del convento viene rinvenuto oro o argento nelle sue bisacce o nel suo equipaggiamento, oppure se si scopre che ha fatto uscire qualcosa dalla casa o l’ha nascosta senza il permesso del responsabile,e prima di morire non lo ha confessato al proprio commendatore o a un altro fratello, non dovrà essere sepolto nel cimitero, ma dato in pasto ai cani; e se è già stato sepolto il suo cadavere dovrà essere riesumato, come è già avvenuto più di una volta in passato.
567. La quinta cosa è la comunella, che è fatta da due o più fratelli. Se due fratelli si accordano per picchiare un altro fratello, o per accusarlo falsamente, e risultano colpevoli di averlo fatto di comune accordo, saranno condannati per aver fatto comunella ed espulsi dal convento.
568. La sesta è se un fratello lascia la casa per passare ai saraceni: sarà espulso per sempre dalla casa.
569. Accadde che il fratello Ruggero l’Alemanno fu fatto prigioniero a Gaza, e i saraceni lo indussero a fare abiura, alzando il dito e prestando giuramento; poi chiese perdono ai fratelli che erano stati presi con lui affermando di non sapere cosa gli avevano fatto giurare; quando fu liberato fu deferito davanti al maestro e al convento e fece appello al capitolo generale e implorò clemenza, ma fu ugualmente espulso dalla casa.
570. E a Saphet un fratello che lavorava nella fonderia uscì dal castello con il proprio equipaggiamento, con l’intenzione di lasciare la casa e si rifugiò per la notte in un casale degli Alemanni, che era stato occupato dai saraceni; il giorno dopo si pentì e si recò ad Acri dopo la funzione dell’ora prima, venne direttamente alla nostra casa e al primo capitolo chiese perdono ai fratelli. Ma i fratelli lo condannarono alla perdita dell’abito, poiché, si disse, aveva trascorso una notte con i saraceni; ma se il casale non fosse appartenuto ai cristiani e il balivo non fosse stato cristiano, sarebbe stato espulso dalla casa.
571. La settima è se un fratello ha scarsa fede e non crede nella parola di Gesù Cristo.
572. L’ottava è se un fratello pecca contro natura e contro la legge del Signore: sarà espulso per sempre dalla casa.
573. A Château Pèlerin vi erano fratelli che praticavano l’immondo peccato e durante la notte mangiavano nel dormitorio; furono visti da alcuni che ne rimasero profondamente turbati e riferirono l’accaduto al maestro e a un parte dei gentiluomini del convento. E il maestro fu dell’avviso di non portare la cosa in capitolo, poiché si trattava di una colpa troppo ignobile, e convocò i fratelli di Acri; e quando essi giunsero li inviò nel dormitorio insieme ad altri fratelli e a un dignitario ed essi tolsero l’abito ai fratelli malvagi e li incatenarono con pesanti catene. Ma uno di loro, di nome Luca, riuscì a fuggire nottetempo e passò ai saraceni. Gli altri due furono inviati a Château Pèlerin e imprigionati; uno tentò di evadere, e morì, mentre l’altro rimase a lungo in prigionia.
574. La nona è se un fratello abbandona il gonfalone e fugge, per paura dei saraceni: sarà espulso per sempre dalla casa. Alcuni degli anziani dicono che deve essere espulso dalla casa chi abbandona il proprio commendatore durante la battaglia e fugge per la paura dei saraceni, che se si tratta di un commendatore che non porta il gonfalone. Poiché, altri dicono, se uno è disposto ad abbandonare il proprio commendatore non esiterà certo ad abbandonare il gonfalone, per cui dovrà essere a ragione espulso dalla casa.
575. Se alcuni cavalieri vanno al servizio della casa e non hanno alcun commendatore, in un frangente pericoloso a causa delle insidie dei saraceni, possono eleggere uno fra loro commendatore, dopodiché devono obbedirgli e proteggerlo in battaglia con se fosse stato nominato dei superiori.
576. Al tempo dell’invasione dei Tartari, il maestro, su consiglio dei dignitari, inviò dodici fratelli a Gerusalemme. E quattro di loro lasciarono la città e non vi si trattennero. Poiché aveva saputo che erano in pericolo, il maestro inviò al commendatore a agli altri fratelli una lettera con l’ordine di ripiegare su Giaffa, in modo da essere al riparo dalle insidie dei Tartari. Il commendatore dei cavalieri però non lo volle fare; al che i quattro fratelli si recarono da lui e lo invitarono a dare corso agli ordini del maestro, ma egli affermò che non se ne sarebbe andato senza i fratelli dell’Ospedale che si erano uniti al drappello. Allora i quattro fratelli chiesero al commendatore che ordinasse loro di restare con lui, ma il commendatore rifiutò di farlo. Al che il più anziano della casa osservò che avrebbero potuto andarsene, dal momento in cui era stato il maestro ad ordinarlo, senza temere la giustizia della casa, poiché non avrebbero commesso alcuna mancanza: i quattro tornarono dunque dal maestro e quando furono davanti a lui chiesero perdono da questo per loro spontanea volontà.
577. E alcuni affermarono che avrebbero dovuto essere espulsi dalla casa, poiché avevano abbandonato il loro commendatore e il gonfalone alle insidie dei saraceni. Ma la maggioranza decise che il fratello anziano aveva avuto ragione nel dire che non avrebbero arrecato alcun danno alla casa facendo ritorno al convento; infatti il maestro aveva ordinato al commendatore e a tutti i fratelli di tornare indietro e il commendatore non aveva voluto ordinare loro di restare con lui; se non avessero ricevuto la lettera o avessero agito senza criterio, avrebbero dovuto essere espulsi dalla casa. Un dei quattro disse di essere stato autorizzato a tornare quando gli aggradava, e il maestro confermò le sue parole; gli altri furono privati dell’abito, poiché non avevano aspettato il loro commendatore. E quello che aveva preso la decisione fu punito con un giorno.
578. Quando Dio chiama a sé uno dei commendatori delle province, colui che prende il suo posto deve prendere possesso del suo equipaggiamento, avvalendosi dei consigli dei gentiluomini della casa che sono al suo fianco, e sigillare le bisacce con i sigilli dei commendatori della casa. E il sigillo del commendatore defunto deve essere riposto in una delle bisacce, poiché le stesse devono essere inviate al maestro, insieme allo scrigno, anch’esso sigillato, che contiene i gioielli, l’oro e l’argento del defunto; occorre informare il maestro che il suo ordine è stato eseguito, poiché le cose suddette devono giungere intatte nelle mani del maestro, senza togliere nulla. Ma i cavalli e gli abiti da giorno e da notte, e le armature rimangono a disposizione del nuovo commendatore; ed egli non deve tenere nient’altro per sé, pena l’espulsione.
579. E, allo stesso modo, se un fratello visitatore mentre si trova in missione al di là del mare, per conto del maestro e del convento, i gioielli di piccole dimensioni che aveva con sé dovranno essere riposti, insieme al sigillo, nelle sue bisacce sulle quali si dovrà apporre il sigillo del commendatore e degli altri dignitari, dopodiché dovranno essere inviate al maestro. E tutte le altre cose, l’oro e l’argento e quanto si trova nel suo altarino e anche i cavalli, devono essere restituiti al maestro nelle terre al di qua del mare. Poiché, in breve, tutte quelle cose appartengono al maestro e al convento, tranne gli abiti da giorno e da notte, i quali possono essere donati ai poveri, per amore di Dio.
580. Avvenne che il fratello Martino Sanchez, commendatore del Portogallo, morì mentre era al di fuori dal suo baliato. Il suo sostituto prese alcune delle sue cose e le donò di sua iniziativa, nella convinzione di agire per il bene del Tempio; quel fratello era da poco entrato a fra parte del nostro Ordine e non sapeva della proibizione. Quando il maestro ne fu informato, lo mandò a chiamare e lo invitò a fare ammenda; e siccome non era a conoscenza delle usanze della casa, il maestro, sentito il parere di un largo numero di dignitari, decise di non procedere oltre contro di lui, poiché aveva una scarsa conoscenza delle norme della casa.
581. Solo in punto di morte, il commendatore di una provincia deve indicare il nome del suo sostituto. E quando Dio lo chiama a sé, quello che ha preso il suo posto deve comunicare ai commendatori delle altre provincie dell’avvenuto decesso del proprio commendatore; es essi devono recarsi in quella provincia ed eleggere fra loro un gran commendatore, nel luogo e nel giorno indicato dal sostituto del commendatore defunto. E il sostituto deve essere in grado di dimostrare ai commendatori e al gran commendatore di essere stato prescelto come sostituto dal commendatore defunto, fino a quando il maestro non avrà presa la sua decisione; e deve informare il maestro della morte del proprio commendatore e fare tutte le cose suddette.
582. Avvenne infatti che, essendo malato, Guglielmo Fouque, commendatore della Spagna, aveva scelto come proprio sostituto un fratello Adamo. In seguito qualcuno gli fece notare che aveva fatto male a non scegliere il fratello Raimondo di Lunel; ed egli esclamò: <<In nome di Dio, lascio il mio posto a lui!>> e spirò. Allora fratello Adamo affermò di essere il sostituto del commendatore, ma fratello Raimondo di Lunel disse che la carica spettava a lui, e ne sorse una disputa; i fratelli di Castiglia e Leòn presero le parti di Adamo, mente quelli del Portogallo sostennero Raimondo di Lunel; e ognuno se ne andò per la sua contrada, e ognuno dei due teneva capitolo e nominava balivi ed esercitava tutte le funzioni che spettano a chi prenda il posto di un commendatore.
583. Quando ne fu informato, il maestro inviò in Spagna un commendatore e convocò i due fratelli in Terrasanta; ed essi vennero a chiedere perdono per l’accaduto davanti al maestro e al convento. Ed il maestro e il convento presero atto della loro espulsione da parte del capitolo, ma la sentenza non fu eseguita poiché erano due uomini onorati che vivevano nella rettitudine e nella devozione, e anche perché il caso era senza precedenti. Nel frattempo a Gaza i cristiani davano battaglia ai saraceni e i nostri si trovavano ad Ascalona. Dopo mattutino, il maestro riunì i fratelli e sottopose al loro giudizio il caso dei due gentiluomini; e i due fratelli furono senz’altro perdonati. Ma sia chiaro che erano stati giustamente espulsi dalla casa in conformità alle nostre leggi, poiché si erano attribuiti un’autorità cui non avevano diritto. E i dignitari della casa dissero che quanti li avevano sostenuti avrebbero potuto essere accusati di aver fatto comunella.
584. La decima è se un fratello che è entrato nella casa in veste di laico prende gli ordini religiosi senza l’autorizzazione del dignitario competente: sarà espulso dalla casa. E se è stato ordinato sotto-diacono o qualcosa di più elevato e, al momento di entrare nella casa, non lo dichiara, qualora venga scoperto verrà espulso dalla casa.
585. Infatti il commendatore di Francia inviò da questa parte del mare un fratello del suo baliato che si era fatto ordinare sotto-diacono; e quel fratello si presentò dinanzi al capitolo generale di Cesarea. E insieme a numerosi altri gentiluomini erano presenti nel capitolo fratello Giraldo di Braies e fratello Ugo di Monlo e molti altri fratelli anziani, e lo condannarono all’espulsione perpetua poiché si era fatto ordinare senza permesso.
586. Per ognuna delle cose suddette si può essere espulsi dall’Ordine, ma ce ne sono altre.
Vi era con noi un certo fratello cavaliere, e alcuni fratelli suoi conterranei affermarono che non era né figlio né discendente di cavalieri, e le loro affermazioni. erano tanto gravi per la casa che si stabilì di portare la questione davanti al capitolo. E quegli stessi fratelli si dissero certi di poter provare la sua colpevolezza se fosse stato presente; così lo si mandò a chiamare, poiché si trovava ad Antiochia. E quando si trovò dinanzi al maestro e al capitolo, si alzò e disse di aver ciò che si diceva sul suo conto. E il maestro ordinò a coloro che lo avevano accusato di alzarsi, ed essi dichiararono e poterono provare che non era figlio né discendente di cavalieri: così gli fu tolto il mantello bianco, gli fu dato un mantello bruno e divenne cappellano. Colui che gli aveva tolto l’abito da cavaliere era oltremare, quando tornò chiese perdono per quello che aveva fatto e affermò di aver agito in conformità alla disposizioni del commendatore del Poitu, il quale era deceduto, il che risultò vero. Ma se non fosse stato in grado di provare che aveva agito per ordine altrui, e se, oltre a ciò, non si fosse sempre comportato rettamente nel proprio baliato e non fosse stato un uomo onorato, avrebbe perduto l’abito, poiché nessuno può assegnare l’abito a chi non sia degno di riceverlo; e nessun sergente può vestire il mantello bianco. E ciò vale anche per il maestro, se incorre in un errore del genere.

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