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La vita conventuale

366 – 385: La disciplina nell’accampamento


366. Quando i fratelli sono accampati, devono avere un commendatore delle vettovaglie; egli è incaricato di suddividere e distribuire il cibo ai fratelli, in parti uguali, secondo le norme sottoscritte; e tale commendatore deve essere uno degli anziani della casa, deve avere riguardo per la propria anima e timor di Dio. Quando intendono accamparsi, i fratelli non possono erigere tre o più tende insieme senza permesso, ma possono erigerne due e non più anche senza permesso.
367. Quando sono accampati, fratelli del convento devono comportarsi nel mangiare, nell’alzarsi da tavola, nell’ascoltare la lettura e in ogni altra cosa così come si è detto più sopra a proposito delle altre dimore; e se mangiano nell’infermeria devono comportarsi come nella casa. E se accade che mangino in alloggiamenti esterni, tutti i fratelli devono assicurarsi che gli altri, e in particolar modo i loro compagni, si comportino come uomini onorati e secondo le norme stabilite, e che nessuno sia trattato peggio dei compagni, o dell’intera comunità, a meno che non sia la regola ad esigerlo, e che nessuno si comporti in modo sfrenato o arrogante e agisca in modo disonesto o contrario alle buone usanze della nostra casa.
368. Quando i fratelli vengono chiamati alla distribuzione dei viveri, vi si devono recare uno o due fratelli per ogni alloggiamento, portando con sé i domestici più adatti a recare il cibo; e il fratello vivandiere deve distribuire il cibo rispettando la fila in modo imparziale, senza favorire alcuno all’infuori degli infermi; poiché così vuole la regola, che non si abbiano riguardi per le persone, ma solo per l’infermità dei fratelli. Tuttavia egli deve avere riguardo per la persona del maestro e dargli il meglio del meglio; ma i compagni del maestro e i fratelli del suo seguito devono mettersi in coda con gli altri. E se al convento vengono donati viveri, vengano portati alla tenda della mensa e il vivandiere li distribuirà equamente fra tutti i fratelli.
369. E se il fratello vivandiere intende donare qualcosa ai fratelli deve farlo in modo equo. E sia noto ai fratelli che non devono fare richiesta di cibi diversi da quelli distribuiti a tutti, ad eccezione delle erbe dei campi,o dei pesci che essi stessi riescono a prendere, o della selvaggina che riescono a procurarsi senza cacciare, ovvero senza violare i comandamenti della casa. E se un fratello riceve in dono, o sotto qualunque altra forma, vino o cibarie, deve inviarli alla tenda delle vettovaglie e farlo sapere al commendatore; e se questi lo ritiene opportuno, può trattenerli, ma è preferibile che li restituisca al fratello cui sono stati donati.
370. Quando i fratelli sono accampati, i fratelli di un alloggiamento possono dare del cibo a quelli di un altro, ed è cosa buona che lo facciano.
E sia noto a tutti che quanto avanza della razione di carne di due fratelli deve bastare a nutrire due poveri; e la razione di due fratelli deve bastare per tre turcopoli; e la razione di due turcopoli deve bastare per nutrire tre domestici.
E sia chiaro che se le razioni sono tanto abbondanti non è per consentire a cavalieri e sergenti di rimpinzarsi (che potrebbero tranquillamente accontentarsi di meno), ma per amore di Dio e per la carità nei confronti dei poveri. Ed è per questo che nessun fratello, sia che mangi nel convento o nell’infermeria, deve dar via il cibo che ha di fronte, affinché le elemosine non rimpiccioliscano; poiché se diminuisce la razione di cibo distribuita ai fratelli diminuiscono le elemosine.
371. Ed è un comandamento della casa che, nel ricevere carne o formaggio, i fratelli taglino la porzione loro bastante, in modo da lasciare il pezzo da cui si servono il più intero possibile, salvo che ne abbiano comunque a sufficienza per le loro necessità. Dimodoché sia più degno di essere donato a un povero e più onorevole riceverlo per un povero vergognoso.
372. Nel distribuire la carne, il fratello vivandiere, o chi ne fa le veci, deve badare a mettere insieme due pezzi di prima scelta o due pezzi scadenti, come due cosce e due spalle; ma deve dare a ciascuno nel modo più equo possibile. E in tal modo devono essere serviti i fratelli del convento quando sono nella casa, affinché non ricevano insieme due pezzi di prima scelta, ma prima quello migliore e poi quello più scadente, in modo che ve ne sia sempre per tutti.
373. E ciascun fratello può offrire parte del cibo che ha di fronte ai fratelli che gli siedono accanto, ma solo a quelli cui può porgerlo allungando il braccio, e non di più; e ogni giorno chi ha avuto la parte migliore deve dividerla con chi ha avuto la più scadente. E se accade che in un alloggiamento vi sia qualche fratello che, infermo, mangia del cibo dell’infermeria, deve essere servito lo stesso cibo che ai suoi compagni, affinché non vi siano difficoltà. E sia noto a tutti che il fratello vivandiere deve dare all’infermo una razione bastante anche per i suoi compagni, se desiderano mangiarne.
374. E anche il cibo dell’infermeria deve essere distribuito come quello del convento, ai fratelli allineati in coda. Il vivandiere deve dare il cibo migliore di cui dispone agli infermi; e se i fratelli in buona salute ricevono due portate, gli infermi devono averne tre; e quando i sani hanno una sola portata gli infermi devono riceverne almeno due. E se lo desidera può favorirli e donare loro qualcosa; ma se lo fa con i sani deve farlo con tutti, senza distinzione alcuna. Se uno o due onorati uomini laici o religiosi si trovano a passare nei pressi dell’accampamento, ciascun fratello può invitarli nella propria tenda; e il fratello vivandiere deve dare al fratello che ha invitato quell’uomo valoroso tanto cibo, in suo onore, che tutti i fratelli della tenda ne abbiano in abbondanza.
375. Nessuno deve tenere nella tenda altro cibo oltre a quello distribuito dal vivandiere, a meno che non sia stato autorizzato a farlo.
E se avanzano del pane o del vino, i fratelli devono restituirli o farlo presente al vivandiere quando ritirano la razione. E sia noto a tutti che le razioni di carne, vino e di ogni altra cosa devono essere uguali. E durante i digiuni i fratelli devono avere vino, in ragione di quattro misure ogni due fratelli, e quando non digiunano cinque misure; e tre misure ogni due turcopoli; e lo stesso vale per l’olio, per tutto il territorio d’Oriente.
376. Quando accampati i fratelli non possono uscire per diletto, o per turnare alle loro dimore, né allontanarsi tanto da non essere più in grado di sentire la campana o il grido d’allarme. Né possono trasportare alcun bagaglio sui propri cavalli, né vicino né distante, senza permesso; e sarà considerato “bagaglio” tutto ciò che sarà rinvenuto fra gli arcioni della sella o appeso ad essi.
Prima di mandare i propri cavalli nella carovana delle salmerie, o caricare qualcosa sul loro dorso, ciascun fratello deve coprire le selle o le gualdrappe con una schiavina o con altra cosa.
377. In nessun caso (né nell’accampamento né altrove) è consentito prestare il proprio cavallo o altro animale a un fratello, né a chiunque altro che non esso si allontani per diletto dal campo. Né consentire ad altri di prestarlo, senza permesso. Nessuno deve lasciare la notte ai propri cavalli le pastoie e la musetta senza permesso.
378. Se un fratello riceve il permesso di strigliare e accudire i cavalli durante la notte, può lasciare la gualdrappa sul dorso dei cavalli solo se è stato espressamente autorizzato a farlo. E dovete sapere che quando un fratello chiede e prende un permesso, di qualunque genere, deve specificare nei particolari ciò per cui chiede il permesso al fratello cui lo chiede; e non deve nascondere alcunché. Ed è opportuno che il fratello che dispone dell’autorità per concederglielo, dopo aver ascoltato le sue ragioni, se la richiesta è ragionevole e non arreca danno alla casa, gli conceda il permesso.
379. Quando i cavalli mangiano la paglia, nessun fratello deve dar loro dell’erba senza permesso, in special modo a quelli che sono intenti a mangiare la paglia. Nessun fratello può porre i finimenti e le corde sul proprio cavallo, o altre cose per poterlo cavalcare all’ambio, senza permesso. E’ vietato salire in due su un solo cavallo.
380. Quando si leva il grido d’allarme, i fratelli accampati nei pressi del luogo da cui si leva il grido, devono andare da quella parte con scudo e lancia, ma senza allontanarsi dal campo, e rimanere in attesa di nuovi ordini; e tutti gli altri fratelli devono raggiungere immediatamente la cappella per ricevere eventuali istruzioni. Ma se l’allarme proviene dall’esterno dell’accampamento devono uscire, senza attendere il permesso, nella direzione da cui proviene il grido d’allarme, qualunque ne sia la causa.
381. Quando è il momento di levare il campo, e il maestro insieme agli altri dignitari ritiene opportuno congedare i fratelli, il commendatore della terra deve indicare al maresciallo i fratelli da assegnare a ciascuna delle case del Tempio; e il maresciallo deve fidarsi di lui, poiché il commendatore sa meglio di chiunque altro quanti fratelli possano essere alloggiati in ciascuna casa del Tempio e quanti ogni casa possa accoglierne. Quindi il maresciallo ripartisce i fratelli, come si è detto sopra riguardo alle altre cose, in modo equanime ed imparziale; e se può assegna alle diverse case, secondo le indicazioni del commendatore. Dopo che il maresciallo ha ripartito i fratelli assegnandoli alla diverse case, ciascun fratello deve badare al proprio equipaggiamento e a quello del del suo alloggio, affinché nulla venga dimenticato nel lasciare l’accampamento, salvo ciò che è permesso.
382. E il maresciallo, o colui che farà la ripartizione, deve nominare un commendatore dei cavalieri, quando i fratelli saranno nelle case, deve assegnare a ciascuno una lettiera e un posto deve dormire, e un posto nelle stalle per i cavalli, in modo imparziale ed equanime. E spetta a lui tenere capitolo, in assenza di dignitari di più alto grado, e diramare gli ordini; e i fratelli devono obbedirgli come se fosse il maestro, poiché sono soggetti alla sua autorità, ed è a lui che devono chiedere quei permessi ch’egli potrà concedere.
E se i fratelli sono alloggiati in una commenda di campagna, spetta al commendatore della casa o del castello da cui la commenda dipende fornire loro ciò di cui abbisognano (allo stesso modo degli altri fratelli), ad eccezione delle coppe e delle scodelle che devono essere fornite dal fratello cantiniere.
383. E nelle loro case i fratelli devono sforzarsi di comportarsi in modo tale da fare onore a Dio e alla casa, per la salvezza delle loro anime; e ciascuno deve fare quanto è in suo potere per non suscitare l’ira dei fratelli.
E ciascuno deve prendersi cura con zelo degli altri, affinché nessuno dica o faccia cose proibite, o si comporti nei fatti e negli atteggiamenti in modo disdicevole.
384. E se un fratello si avvede che un altro fa qualcosa che non dovrebbe fare, o si comporta in modo malvagio, deve riprenderlo egli stesso a quattr’occhi la prima volta; e se quel fratello invece di accogliere il consiglio e l’ammonimento rifiuta di fare ammenda, il primo fratello deve chiamarne un altro e ripetere l’ammonimento insieme a lui. E se nemmeno dianzi all’invito di due fratelli rifiuta di fare ammenda, il fratello buono deve deferire quello malvagio al capitolo, e farlo comparire davanti all’intera confraternita e affidarlo alla giustizia della casa; poiché così vuole la regola.
E sia noto a tutti che i fratelli di quel capitolo devono condannare il fratello che ha commesso quella o un’altra mancanza; poiché nessun fratello deve consapevolmente perseverare nell’errore, soprattutto in capitolo; poiché la giustizia della casa ne sarebbe corrotta in modo infamante e quel fratello sarebbe perduto.
385. E dovete sapere che, secondo un comandamento della casa, ovunque si trovino riuniti quattro o più fratelli, si dovrà tenere capitolo, qualora lo si ritenga necessario, la vigilia di Natale, la vigilia di Pasqua e la viglia di Pentecoste; ed anche tutte le domeniche ad eccezione di quelle che cadono durante le ottave di dette feste; per quanto riguarda tali domeniche, spetta ai fratelli e a colui al quale sono sottomessi decidere se tenere capitolo o meno; in tutte le altre domeniche si può tenere capitolo per il bene e la convivenza della casa, ma sempre a discrezione dei fratelli che vi risiedono o di una parte dei più onorati.

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